Ogni singolo istante determina il peso dell’esistenza.
Ogni battito, ogni respiro è fondamentale.
E noi li buttiamo via, prendiamo la vita e la stracciamo.
Siamo una vergogna.
Meritiamo il fango, la polvere.
Ci crediamo grandi, ma non siamo niente.
La morte torna, ogni volta, a farci ragionare su ciò che siamo.
Siamo sicuri che la vita sia adatta a noi?
Vi siete mai chiesti se non siete fatti per la vita che conducete?
Vi siete mai posti il problema che rimandare a domani è solo donare un giorno in più alla morte, e che quel “domani” non avverrà mai?
Non vi siete ancora messi in testa che non siamo speciali? Non siamo nessuno e se c’è un Dio forse, che a lui non piacciamo?
Prendete la vita e fatela vostra, altrimenti accendete la tv e guardatela passare dalla finestra.

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Lettera ai genitori

Buongiorno,
volevo partecipare anche io al vostro risveglio, alla vostra colazione perché il tempo è prezioso tanto più se è con voi; tanto più se non torna indietro.
Purtroppo sono nel mio letto che dormo, quindi scrivo due righe di inchiostro che prenderanno il mio posto.
La carta si farà corpo e la penna sangue e io sarò con voi per il resto della giornata.

Passo il tempo chino nei miei libri al caldo di quelle pagine. Ma per mia enorme fortuna sento i passi su per le scale e la porta aprirsi sotto un tintinnio di chiavi. Le pagine si smaterializzano. I libri si disintegrano, che importanza hanno di fronte a quei passi? A quelle voci?

“Non so più il sapore che ha
quella speranza che sentivo nascere in me
Non so più se mi manca di più
quella carezza della sera
o quella voglia di avventura
voglia di andare via di la”

Posso dire che una carezza può essere quello che ci affanniamo a cercare per anni sudando, mangiandoci le mani, piangendo senza mai capire: quella carezza della sera è il senza della vita, il tocco di Dio (perché, a volte, Dio esiste).

“Bian coniglio, quanto tempo è l’eternità?”
“Alice, l’eternità dura anche un secondo.”

Quella carezza è il mio secondo di eternità.

Grazie.
(vostro figlio)