Tranquillità

Stanco
Con la testa in giù.
Respiro profondo
E
Mi dimentico.
Ricordo le onde del mare,
Il volo statico dei gabbiani
E mia nonna con un capello di paglia spostato
Dal vento.

Un giorno tornerò a vedere
Le stelle calde.

Tranquillità cercate e
Mai
Trovate.

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Ogni singolo istante determina il peso dell’esistenza.
Ogni battito, ogni respiro è fondamentale.
E noi li buttiamo via, prendiamo la vita e la stracciamo.
Siamo una vergogna.
Meritiamo il fango, la polvere.
Ci crediamo grandi, ma non siamo niente.
La morte torna, ogni volta, a farci ragionare su ciò che siamo.
Siamo sicuri che la vita sia adatta a noi?
Vi siete mai chiesti se non siete fatti per la vita che conducete?
Vi siete mai posti il problema che rimandare a domani è solo donare un giorno in più alla morte, e che quel “domani” non avverrà mai?
Non vi siete ancora messi in testa che non siamo speciali? Non siamo nessuno e se c’è un Dio forse, che a lui non piacciamo?
Prendete la vita e fatela vostra, altrimenti accendete la tv e guardatela passare dalla finestra.

Senza di te sento freddo

Un respiro calmo. Regolare, come il bip della macchina che misura il battito cardiaco.
Inspira…bip
Espira…bip
Inspira…bip
E così via. 

Gli occhi gli fanno male ad aprirli; in quella stanza bianca c’è troppa luce.
Li apre a scatti, come se non sapesse più usarli; stringe i denti, supera il dolore e li apre contemporaneamente mettendo a fuoco lo spazio attorno a lui. È da solo in quella stanza d’ospedale con filo attaccati ovunque per registrare le sue funzioni vitali. Incredibile da credere, ma dopo quell’incidente lui ha ancora delle funzioni vitali da poter registrare.
Richiude gli occhi, si riaddormenta.
…bip…
Un rumore di passi stravolge il silenzio della stanza.
Incredibile come qualsiasi cosa si amplifichi con il silenzio: il rumore, gli odori, il dolore.
Il rumore si fa travolgente ad un certo punto, sempre più vicino; mancherebbe il fiato a sentirlo ma lui sta dormendo un sonno tormentato 
dall’incidente accaduto.
Il rumore dei passi cessa, silenzio.
…bip…
Adesso si sente il respiro affannoso del proprietario di quei passi, un respiro caldo che ridona calma alla situazione, riequilibra l’ordine naturale della stanza nel suo bianco, nei suoi bip implacabili.
“Svegliati” la voce di lei non arriva neanche al suo orecchio, si ferma prima.
“Sveglia!” ritenta invano.
Prende la borsa, e la alza tenendo il braccio rigido in alto, molla la presa e la borsa cade a terra.
Boom!
“AH!” lui si sveglia di soprassalto, sbarra gli occhi, inghiotte aria e gli fa male tutto, un male da svenire.
“Sei tu.”
“Sì, certo che sono io” lei non sorrideva.
“Perché sei qui?”
“Sono qui perché hai avuto un incidente ed ero preoccupata cazzo!”
“Sei arrabbiata?”
“Sì”
“Sei venuta perché tieni a me?”
Attimo di silenzio, giusto per sottolineare l’importanza della domanda.
“Forse…”
“Mi ami ancora allora?” gli faceva male tutto, anche sorridere, ma non importava.
“Vai a farti fottere, dopo tutto quello che mi hai fatto.” 

È sempre stata bellissima mentre si arrabbiava, le veniva una strana espressione da dura che non le si addiceva, in quei momenti rischiavi di vedere un’altra persona in lei e questo lo ha sempre affascinato.
“Perdonami” era realmente dispiaciuto, incredibile.
“Vaffanculo! Non funziona così, non te ne vai con quella troietta e dopo ti scusi, no!”
“Hai ragione!
“E non darmi ragione!”
“Ok..sto zitto”
Camminava avanti e indietro per la stanza, senza mai fermarsi un attimo. Indossava un vestito lungo e leggero giallo nella parte sopra che sfumava verso un arancione vivo sull’estremità e da lì iniziavano due gambe nervose, stabili e stupende.
“Perché sei qui?” lui aveva ancora il coraggio di parlare.
“Te l’ho detto, hai avuto un incidente ed ero preoccupata”
“Non dovresti esserlo, sto bene.”
“Ma io no.” Era girata verso la finestra, si stava nascondendo.
Lui era stanco, non riusciva e dire nulla, un po’ per la situazione, un po’ per il dolore persistente a tutto il corpo.
Lei si girò, lo fissò con gli occhi lucidi, si rivolse alla finestra.
“Sono qui non perché mi fa piacere, ma perché devo esserci. Non riesco ad immaginare questa stanza se non con me qui con te. E per questo ti odio, ti odio con tutte le mie forze. Hai fatto di me una stupida bambola al quale hai staccato piano piano tutti gli altri, bimbo viziato ed egoista”
Aveva le lacrime agli occhi, poi continuò.
“Non chiedermi più perdono, non farlo mai più. Sarebbe l’ennesima bugia che mi dici; sono io che dovrei scusarmi, devo chiedere scusa a me stessa per come mi sto facendo trattare. Dovrei uscire da questa stanza gridando e sbattendo la porta raccontandoti quanto sei stronzo. E invece sono qui con le lacrime agli occhi, a braccia strette perché senza di te sento solo freddo.”
Si rigirò e lui dormiva, esausto con un braccio fuori dal letto come se avesse tentato di avvicinarsi a lei.
Il silenzio tornò a regnare.
Bip…
Lei si avvicinò e bagno la sua coperta con una lacrima.
“Chiedo perdono a me stessa per ciò che sto facendo” lo disse ad occhi chiusi e stretti.
Bip…
Si avvicinò a lui e lo baciò; un bacio breve, lieve.
“Sei uno stronzo, ma sento freddo”
Bip…
Prese la borsa da terra e scappò via.

Bip…
Lui sorrise, ad occhi chiusi e si addormentò sul serio.