Andare via.

Pioveva, mi ricordo che pioveva forte.
Ero davanti alla finestra con la mia valigia in mano e guardavo gli alberi bui che si muovevano, accompagnati dal rumore del vento e quel ticchettio delle gocce che fa venir voglia di stare in silenzio.
Erano le 4:30, avevo sonno e non capivo perché a quell’ora ero con una valigia in mano nella penombra del soggiorno a guardare il temporale, invece di dormire come tutti i bambini del mondo.
Mi madre scese le scale, mi guardò, aveva il fiatone
– Andiamo.
– Dove?
– Fai silenzio.
La guardai, era bellissima. Quei capelli scompigliati dal cuscino e pettinati di sfuggita, una ciocca le cadeva delicata sulla spalla andando a toccare un cappotto di nero sbiadito. Gli occhi grandi color nocciola e una bocca sottile, con le curve appena accennate che buttava fuori aria in maniera ritmica e profonda. Era affannata e nervosa; ogni attimo buttava gli occhi verso il piano di sopra, dove c’era la camera da letto, e sentivo il suo cuore aumentare i battiti e i movimenti si facevano più cauti, più leggeri quasi per non voler interrompere e disturbare quel ticchettio d’acqua sui vetri delle finestre e quegli sporadici ma fragorosi tuoni.
Aprì la porta facendo il più piano possibile, io la guardavo senza capire.
– Mamma, dove andiamo?
Per risposta mi tese la mano e mi guardò con lo sguardo più tenero possibile senza riuscirci, la tensione tradiva ogni suo gesto.
– E papà, perché non viene?
Si bloccò, smise anche di tremare, e mi continuò a guardare con la porta mezza aperta e la mano tesa verso di me, il suo bambino con una grande valigia in mano e le lacrime che riempivano pian piano tutta la vista.
Chiuse la porta dolcemente, venne verso di me e mi baciò la testa stringendomi contro la sua pancia, sotto il suo petto.
– Non devi aver paura, amore dolce. Io sarò sempre qui con te.
Io piangevo e non capivo. Come potevo capire? Avevo solo cinque anni.
La seguii, uscimmo di casa e fummo sotto un acquazzone che mi riempì in un attimo i vestiti e le orecchie. Vidi mia madre correre verso la macchina, rimasi un attimo sotto la pioggia: stavo bene lì, ricordo distintamente che avvertire quelle punte fredde ovunque sul mio corpo mi faceva sentire vivo; i brividi lungo la spina dorsale, i capelli che si appiccicavano alla testa, un rivolo di acqua mi scorreva dal naso e mi faceva il solletico.
Mi girai, guardai casa mia e in quel momento capii che non l’avrei più rivista.
La macchina procedeva piano lungo una strada buia; i fari non riuscivano ad illuminare niente a causa della pioggia.
L’aria condizionata calda mi iniziò a scaldarmi i piedi fradici e io sentivo nuovamente brividi di piacere lungo tutto il corpo che si tramutavano in un sorrisino involontario. Mia madre guidava con gli occhi fissi verso il vuoto, sembrava che la macchina procedesse da sola, in sottofondo Tina Turner cantava.
– Dove andiamo ti piacerà.
Mentre tentava di convincermi, mi accarezzava la testa e mi spostava i capelli bagnati con un sorriso di plastica.
Mi girai dall’altra parte senza risponderle e mi addormentai con un peso sulla pancia e la voglia di piangere in gola.
Quando riaprì gli occhi vidi un paesaggio completamente diverso da quello che avevo lasciato: il sole iniziava a invadere il cielo, attorno a noi campi di frumento e alberi da frutta rigenerati dall’acquazzone. Aprii il finestrino e sentii un aria fredda che mi tolse il torpore di dosso.
– Quella era la mia nuova casa? Avevo ancora una “mia” casa? Non lo credevo a cinque anni e non lo credo tutt’ora.

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Waiting for

Un caffè caldo. Il fumo che esce dalla tazzina crea un vortice perfetto, lento, sempre lo stesso.
Il tavolo di legno sporco e quella tazzina di caffè color arancione che sta ferma, immobile.
– Vuole altro?
– No, grazie
– Abbiamo l’offerta caffè e brioches a un euro e cinquanta
– Non voglio altro, grazie.
Accenno un sorriso, così se ne va.
– Se aggiunge la spremuta sono solo 30 centesimi in più”
Sto zitto, così capisce che ha rotto il cazzo.
La cameriera si allontana. Meno male.
Prendo la settimana enigmistica e la apro, leggo subito “Forse non tutti sanno che…”, ho una forma morbosa per certe cazzate. Da bambino guardavo ogni televendita che passava in tv; ogni volta facevano vedere le stesse cose e io restavo affascinato ogni fottuta volta, le guardavo come se fossero un miracolo. Sono sempre stato un tipo strano, lo ammetto. Però, in fin dei conti sono passato dalle televendite a “Forse non tutti sanno che…”, credo che sia un progresso.
– Ah mi sono dimenticata di portarle lo zucchero
la cameriera è ritornata
– Non ha importanza, lo bevo amaro il caffè
sorrido
– Fa bene a non metterlo, sa?
– Lo so.
– Vuole un bicchier d’acqua?
Respiro per evitare di urlare “Vai via cazzo?!”, capisco che possa prendersela e non voglio attirare l’attenzione, non mi piace.
– Io glielo porto, non si sa mai.
Si avvicina e con un gesto d’intesa mi dice: – questo lo offro io!
– Allora grazie!
sorrido, così se ne va.
Continuo a leggere e intanto accarezzo la tazzina e confondo le mie dita nel fumo caldo, e aspetto.
I rebus non gli ho mai capiti, provo a fare un cruciverba ma mi annoio dopo tre definizioni. Chiudo tutto e guardo fisso davanti a me. La verità è che mi annoio e sono inquieto. Come quando non riesci a dormire la notte, ti continui a girare nel letto e ti sembra che non esista più una posizione comoda per dormire.
A me sembra che non esista più una posizione comoda per vivere.
– Ecco la sua acqua! La voleva naturale vero? Scusi non gliel’ho neanche chiesto, che sbadata.
Ride anche se non c’è niente da ridere.
– Si, naturale va bene, grazie.
– Ma aspetta qualcuno?
– Forse.
– Come “forse”? Non sa se sta aspettando qualcuno?
Mi giro un po’ verso di lei – Non so se quel qualcuno arriverà mai, è per quello che ho detto “forse”; se la persona che aspetti potrebbe non arrivare mai tu rimani “uno che sta aspettando” o diventi un illuso?
Silenzio. La sua faccia traduce tutta la sua idiozia.
– Non importa. Grazie per l’acqua.
– Prego
Bevo il caffè di botto, ormai è tiepido. Guardo fuori, sta iniziando a piovere, si vede che tira un vento freddo; seduto qui mi sento protetto e per un attimo chiudo gli occhi e sospiro.
Un illuso.
Mi alzo, mi infilo il cappotto e vado a pagare.
– Ha finito di aspettare?
La cameriera è quasi sbigottita.
– No, ma si è fatto tardi. Andrò ad aspettare da un’altra parte.
– Ma cosa sta aspettando?
Silenzio.
– Non lo so. Ma so che arriverà.
– Non ha senso!
– Quanto le devo?
– 1 euro
– Ecco a lei.
Mi giro e imbocco la via dell’uscita.
– Scusi!
La cameriera mi blocca per un braccio e mi costringe a girarmi. La guardo, ha dei bellissimi occhi blu.
– Se dovesse arrivare qui, che le devo dire?
– Di aspettare, tornerò presto.
Sorrido, questa volta davvero. Apro la porta e sparisco in una pioggia sottile.

Apnea.

Era una sera come tante. Pioggia, pozzanghere e un gelo nelle dita che pare non passare più.
I semafori si alternano e pare quasi Natale, forse perché manca solo una settimana alla Vigilia.
Sono lì che aspetto, al bordo della strada, è quasi Natale e sto sognando di tornare a casa e mettere le mie mani sotto l’acqua calda fumante del lavandino in bagno.
La cartella pesa sulle spalle, mi ha creato un solco su di esse, sudaticcio e appiccicoso.
“Dai muoviti pa’! Sono venti minuti che ti aspetto”
Sono dovuto andare a finire una ricerca, con alcuni compagni di scuola, su Attila. Una cagata assurda, quelle ricerche che non servono a nulla se non a farti congelare le mani e crearti solchi umidi sulle spalle mentre aspetti tuo padre sul ciglio della strada.
Una macchina fa i fari, accosta. Finalmente!
Apro la portiera, salgo in macchina e …
“Ciao pa’! Ci hai messo una vita!” sorrido.
Nessuna risposta, la macchina parte.
“Allora com’è andata la giornata?” sorrido ancora, faccio finta di nulla.
La macchina continua ad andare, ingrana la terza.
“Dai su non tenere quel muso! Non sarà andata mica così male!”
Quarta.
“Eh va bene! Allora ti racconto la mia interessantissima ricerca sui nodi stradali delle princ..”
La macchina inchioda ad un semaforo, mio padre si gira e …
“Sto tradendo tua madre”
Fermi, semaforo rosso, apnea.
Buio.
Cambio scena.
Le dita tamburellano sulla poltrona in finta pelle. Sempre allo stesso ritmo, nauseante. La sigaretta nell’altra mano nervosa trema. Mia madre non l’avevo mai vista così. Non era mai stata troppo nervosa e non l’avevo mai vista fumare in vita mia. E invece stamattina mi sveglio e me la trovo sulla poltrona con una sigaretta serrata in bocca, una nuvola di fumo e lei, struccata, che picchietta su quella fottuta poltrona.
“La colazione è pronta già da un po’ “ mentre lo dice non mi guarda, prende un’altra boccata di fumo e accavalla le gambe.
“Grazie” sussurro.
Neanche una parola, niente. Mangio nel silenzio assoluto, freddo, distaccato; mio padre è a lavoro e mia madre fuma. È quasi Natale, ma non importa a nessuno.
Decido di farmi una doccia per riscaldarmi un po’, mentre passo dalla cucina al bagno vedo mia madre che si è alzata dalla poltrona e sta scrivendo un messaggio con un sorriso inaspettato sulla bocca e con due occhi grandi. Faccio finta di nulla, entro in bagno, chiudo gli occhi e un getto caldo mi riempie le orecchie. Respiro piano.
Mentre mi vesto per uscire mia madre ha smesso di importunare quella povera poltrona con le sue dita. Stende i panni e canticchia; non sembra neanche la stessa donna.
Mi metto il giubbotto e intanto che mi infilo la manica vedo il cellulare appoggiato sul tavolo in sala. Sono curioso. Voglio sapere cosa rende felice mia madre. Senza farmi troppo sentire vado prendo il cellulare e vado nei messaggi e …
“Mi sono liberato, tra un’ora sono a casa tua; non c’è nessun problema vero?”
“Tranquillo, mio figlio fra poco andrà via, ti aspetto!!”
Rimango fermo, non muovo un muscolo. Non ci riesco.
Apnea.
Poso il cellulare con calma. Mi dirigo verso la porta.
“Ciao tesoro! Cosa fai di bello oggi?”
Mi blocco con la mano sulla maniglia.
“Vado a finire le ricerca su Attila, con i miei amici, mamma” parlo piano, per non piangere.
“Ok, ti viene a prendere tuo padre vero?”
“Sì … mi viene a prendere tuo marito.” apro la porta ed esco senza chiuderla.
Buio.

Stile libero

nuoto
“Muoviti che fa freddo!”
“Arrivo, un attimo!”

Quella porta cigola ogni volta che l’apri. Non perde mai un colpo; sempre attenta, ti punta gli occhi addosso e finché non metti la mano sulla maniglia non ti lascia stare. Lenta, si muove e con immensa goduria demarca il fatto che siamo entrati, gettando le luci dell’attenzioni di tutti su di me e mio padre. Poi sommessamente sbatte per concludere la scena. Come un punto e a capo, lasciando un attimo di silenzio attorno, come una riga bianca.

Sotto quella pioggia di guardi avanziamo.
“Due ingressi, per favore” mio padre intanto che parla cerca il portafoglio.
Il commesso è un poveretto, ciccione e isolato nella sua sedia pare un nano.
“10 euro, grazie”

L’odore del cloro invade, spolpa la pelle e tappo ogni poro possibile. Sei già lì, con cuffia e occhialini pronto a tuffarti. Quest’odore non fa respirare, ti senti quasi in affanno. Ma una volta che ci si tuffa, la musica cambia. Eccome se cambia.

Quel freddo buono dell’acqua azzurrina. Le orecchie si coprono e senti l’unica cosa di cui ti dovrebbe importare al mondo: il tuo respiro.
Intenso pervade l’ambiente e diviene colonna musicale dei pensieri. Nuotare è la cosa che più avvicina alla natura dell’uomo incivilito. Si è completamente immersi nell’elemento, soli; sempre soli ma in compagnia dell’elemento. Si diventa un tutt’uno con esso. Si tira fuori un braccio e non si riesce più a capire dove finiscono le dita e iniziano le gocce.

Domani che faccio? 
Certo che si sta proprio bene in acqua.
Meno male che c’è poca gente.

Più si va avanti a nuotare più la mente affoga nei pensieri, sempre più giù sempre più torbi. Le prime cose che vengono in mente sono solamente le cazzate quotidiane; le seconde riguardano le persone a te vicine

Chissà se oggi riesco ad uscire con gli altri, è da un po’ che non li vedo.

le ultime cose sono il fondo del pozzo: parlano di te.

Se fossi un bravo nuotatore magari potrei entrare nella squadra di nuoto del paese; inizierei a fare gare, la mia vita cambierebbe. Magari scopro un talento in tutto ciò. Ma ormai sono troppo vecchio per gareggiare, se fossi un bravo nuotatore nessun istruttore osservandomi direbbe: “Ehi! Prendiamo quel ragazzo nella nostra squadra!” ma al contrario direbbe: “Guarda come nuota bene quel ragazzo.” lasciando nell’oblio la mia carriera e trasformandomi solo in un nuotatore mediocre.

Pare stupido ma è l’inizio del declino. E’ la biglia spinta per un piano inclinato.
Più nuoti e meno ti ritrovi in acqua.
Le braccia sono remi che ti portano verso nuove coste. La tua mente è il motore. La vita solo combustibile.

“E’ tardi, esci!”
E ritorni al freddo di fuori, all’odore del vento.
A nuotare nella folla.