Inverno (parte 2)

Il vialetto che portava al rifugio era sporco di neve immacolata.
La macchina avanzava piano; si poteva sentire lo scricchiolio delle ruote sulla strada, lento e morbido.
Emy dormiva, appoggiata al vetro. Respirava appena.
Nick taceva e guardava la strada sbadigliando di tanto in tanto.
“Siamo arrivati” quasi non la toccava ma Emy si svegliò subito, come se facesse finta, come se non le importasse.
Gettando una sguardo al rifugio tutto si poteva dire tranne che fosse trascurata: aveva delle assi di legno spesso a vista incastonate in un cemento rosso carminio, un grande terrazzo che donava imponenza e faceva godere di quella valle solitaria, la legna che il vecchio proprietario aveva regalato a Nick era in un cassetta esterna, ordinata e con quell’odore caldo.
“Vuoi entrare?” Nick aspettava tenendo la porta e la guardava mentre il suo respiro affannoso si trasformava in condensa.
Mobili scuri, camino grande e un letto con le lenzuola fredde che sapevano di lavanda. Emy guardò senza parlare.
Scaricati i bagagli e tolta la polvere che adesso danzava nella luce che filtrava dalle finestre Emy era davanti al fuoco a scaldarsi i piedi e con del the fumante su cui soffiava dolcemente. Nick poco più in là guardava fuori la sera oscura di quel posto.
“Sono sicuro che prima o poi lo amerai.”
La legna scoppiava e qualche truciolo incandescente saldava sul pavimento per poi estinguersi subito.
“Il posto è un po’ isolato, ma non c’è confronto rispetto alla vita che facevamo prima”
“È vero, non c’è confronto.” Rispose lei mentre continuava a guardare il fuoco; Nick sorrise, sperando che quella frase fosse il primo passo per andare avanti insieme, probabilmente si stava solamente illudendo.
La luna era grande e bianca, il vento ululava e Nick sentì un brivido.
“Me ne vado a letto.” Sospirò sconfitto mentre lei rispondeva un altro silenzio, un altro coltello in quel cuore ormai stramazzato.
Entrò in camera e percepì lo sbalzo di temperatura, si cambiò in fretta tremando e si infilò sotto le coperte talmente pesanti che sentiva il suo corpo infossarsi nel letto.
Respirò forte e sentì i suoi muscoli distendersi. Finalmente anche questa giornata è finita, non voleva sentire più niente, non poteva sopportare ancora di ascoltare quei silenzi.
Si stava addormentando quando sentì lei infilarsi sotto quel mondo caldo e sotterraneo fatto di coltroni e cuscini.
Aprì gli occhi per un attimo ma li richiuse più forte di prima, voleva tornare solo con sé stesso. Capì solo in quel momento che la sua vita sarebbe rimasta congelata assieme a tutto quel vento, quella neve; avrebbe vissuto da solo, Emy non esisteva più, l’aveva uccisa lui.
“Fatti un po’ più vicino, scaldami i piedi.”
Le cose più belle arrivano con i gesti più semplici e nei momenti meno indicati; nessuno spettatore ad ammirare, nessuna musica che dava importanza all’evento e nessuna fotografia per immortalarlo. Solo loro due e quel vento che bussava ai vetri.
“Come?”
“Ho i piedi freddi, me li scaldi per favore?”
Lui si girò e vide lei con le lacrime agli occhi; erano belle lacrime, di quelle che fanno bene al cuore.
Si avvicinò e strinse i piedi di lei attorno alle gambe, sentì un brivido attraversargli la schiena ma era un brivido che sapeva di buono, di castagne raccolte insieme, di rotolarsi sulla neve, di ridere e scherzare con amici davanti ad un piatto di carne.
“Grazie Nick.”
“Grazie a te.”
Il vento, per un attimo solo, si acquietò e la luce si spense.