Inverno (parte 1)

La macchina era già in moto con un rumore lento e sottomesso che faceva vibrare tutto l’abitacolo. Emy era già seduta nel posto accanto al guidatore, Nick stava sistemando gli ultimi bagagli. Lei era seduta con la cintura già infilata, con le gambe rannicchiate sul sedule polveroso e immersa in un maglione che Nick non usava più. Guardava fuori un cielo senza sole.
Nick chiuse con un colpo secco il bagagliaio e salì in macchina, Emy lo guardò: si era lasciato crescere la barba ma nonostante questo pareva un bimbo il giorno di Natale; lui la guardò e sorrise entusiasta, lei si rigirò verso il finestrino con una manica a coprire la bocca.
“Quindi partiamo.” ma lei non dette segno di voler rispondere.
Partirono.
360 chilometri di strada di cui gli ultimi 88 di curve per giungere alla loro nuova vita: un rifugio a quattro gradi centigradi. Nick faceva l’insegnante prima ma un giorno ebbe un esaurimento e picchiò uno studente. Da quel giorno decise che la città non poteva essere la sua vita e si lasciò crescere la barba.
“Con il freddo mi sarà utile” lo diceva sempre sorridendo con gli occhi, ma Emy non sorrideva.
Lei in città stava bene, ma non si può avere tutto dalla vita.
Guardava fuori dal finestrino gli alti alberi che scorrevano veloci e le veniva da piangere. Lui guidava canticchiando, e dicendo che aveva chiamato il vecchio proprietario del rifugio e che era stato così gentile da lasciargli tutta la sua scorta di legna per l’inverno. Robert, così si chiamava l’ex proprietario, aveva venduto il rifugio perché non sopportava più il silenzio del vento freddo contro i vetri e della neve che cadeva dagli alberi.
“Probabilmente si sarà trasferito in città, buffo no?”
Ci provava a rendere il tutto più piacevole, come se fosse la cosa più normale ciò che stavano facendo, come se quei 360 chilometri non fossero altro che un passo in avanti, che non avrebbero fatto male a nessuno. Ecco cosa c’era dentro quella sua battuta, quel suo sorriso forzato: la paura di aver fatto male alla persona con cui lui identificava la sua vita. Ma ormai era troppo tardi: i vestiti erano piegati, il baule chiuso e la macchina accesa. Ormai quel silenzio della neve che cade dagli alberi sarebbe stata la colonna sonora delle loro mattine, e il silenzio di Emy sarebbe stato il ghiaccio nelle loro notti.
Emy da parte sua continuava a guardare fuori il panorama che pian piano cambiava aspetto. Con i piedi ancora sopra il sedile e con le braccia conserte che ormai erano diventata calde sotto quel maglione troppo grande. Non parlava; il silenzio, a volte, è la cosa peggiore che si possa dire ad una persona. Non odiava Nick per ciò che stava facendo, odiava la sua vita per tutto questo. In qualche modo doveva essere anche colpa sua, doveva aver sbagliato da qualche parte anche lei per far sì che il bianco della neve invadesse i suoi occhi per chissà quanto tempo adesso, forse per sempre. Questo la faceva crollare, aveva le lacrime gelate nelle palpebre da quando erano partiti, ma non voleva essere un peso per Nick; non voleva mostrarsi. Avrebbe voluto accendere la radio per stemperare quel silenzio che non riusciva a superare nonostante le battute stentate di Nick, avrebbe voluto ma non riusciva a muoversi, era in equilibrio instabile, sapeva che al minimo movimento sarebbe scoppiata a piangere.
“Mi fermo un attimo a prendere un caffè, inizio ad essere stanco di guidare. Vuoi qualcosa?”
Non rispose.
“Fai come vuoi.” Uscendo Nick sbatté la portiera forte, così forte che scosse Emy. Iniziò a piangere.

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