Dipendenza da sogno

goya_sleep

Sulla porta del bagno c’è la scritta “Toilette” mezza cancellata, la porta è bucata in mezzo, sfondata da un pugno di qualche ubriaco. Entro senza farci troppo caso, ho la mano sporca e puzza di birra e sudore. Ormai non guardo più nulla, con gli occhi mezzi chiusi imbocco il primo cesso libero ed entro sbattendo la porta.
Il peggior cesso che sia mai esistito. Non ho neanche il coraggio di aprire il water per scoprire cosa possa fare quella puzza. Questo è il mondo, questa è la mia realtà: un cesso sporco e tu che ci sei chiusa dentro.
Mi siedo sul water chiuso, prendo dalla giacca larga una bustina, un cucchiaino e un accendino; il laccio non mi serve più, non ho più spazio nelle braccia e mi faccio sulla mano.
Sarò pure una tossicodipendente ma faccio tutto con calma e a regola d’arte.
Con occhi vaqui le mie mani viaggiono come se non fossero attaccate al corpo: apri la bustina metti la roba nel cucchiaio con un po’ d’acqua calda, scalda il tutto finchè non inizia a fare quelle piccole bollicine chimiche che ti iniziano a far sudare da quanto sono belle. Tira su tutto con la siringa e muoviti anche perchè inizi a tremare dalla voglia.
Ecco fatto, siamo pronte.
Io e la roba.
Avvicino la punta alla mano fino a premere forte contro la pelle che si spacca, sospiro e abbandono il mondo, questa merda.

Uso la fantasia. Cerco di scappare dai brutti pensieri focalizzandomi su qualcosa di bello, di irreale, di
piacevole.
Sogno a occhi aperti di essere un’eroina, la mia eroina: i miei capelli sono gli stessi, corti, biondi, luminosi.
Nel sogno sono quasi uguale ad adesso: piatta uguale ma con un carattere forte, proprio come Cristina
Yang in Grey’s Anatomy.. yeah. Magari con un bel culetto, sì, decisamente. Sono indosso un vestito
corto, bianco, un po’ sexy, a mo’ di sposina che valorizzano il mio fisichetto snello: a volte porto in testa
delle orecchie buffe, a volte un piccolo velo da sposa. Sì, sarò sposata con me stessa: non mi tradirò mai,
sarò autosufficiente, non avrò bisogno di uomini. Se mai avrò bisogno di una scopata, di un orgasmo,
schioccherò le dita e lo farò in tutti i modi possibili con un bello stronzo: proverò piacere, tanto piacere, e
non me ne fregherà un cazzo se mi daranno della troia se lo faccio con uno sconosciuto.
Il mio lavoro sarà fare il cecchino, sarò una killer misto Baby Doll in Sucker Punch e Mamba Negra in Kill Bill.
Sì cazzo. Però andrò a scuola lo stesso.
Sono in un liceo americano, proprio come in un film. Vado in giro vestita stravagante ma con stile, come
piace a me. Non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno. Indosso qualsiasi colore, cappelli e sciarpe di
lana enormi, caldi caldi, morbidi morbidi e con delle calze a righe stile pippi calzelunghe.
Un giorno qualunque mi dirigo a scuola, verso il mio armadietto: lo apro, prendo i libri (che bello, mi
aspetta una lezione di anatomia: sono entusiasta) e prendo anche una mela che addento subito perché ho
già fame. Non saluto nessuno e mi dirigo in classe.
Il prof porta dei modellini gommosi in plastica di vari organi interni, ed io ne rimango incantata: ci chiede di
descriverli, ed io in quel momento riesco solo a pensare a cose belle semplicemente guardandoli. Accanto
a me c’è un bel ragazzo che osserva anche lui gli organi e si mette al lavoro. È bello, il classico ragazzo bello
e soprattutto bello dentro, bravo ragazzo. Ma a me non interessa, non ci parlo, non gli chiedo nulla: io sono
autosufficiente, posso permettermi chiunque e non voglio nessuno al mio fianco.
Lui però rimane colpito da me, si vede, mi lancia delle occhiate incuriosite proprio perché sono diversa da
tutti gli altri. Menefreghista e superinteressata a quegli organi che stanno davanti a me.
Beh, alla fine si conclude la lezione. Non mi interessa immaginare o descrivere come sarebbe andata con
quel ragazzo, se fosse stato simpatico, se mai ci avrei parlato o se mi avrebbe chiesto il numero o cos’altro.
Non me ne frega un cazzo.
Passano le altre ore di lezione. Tutte appassionanti. E sapete perché? Perché ho dei professori fantastici,
che ci mettono la passione in quello che fanno, ci mettono l’anima e riescono a trasmettertelo. Io ne
rimango affascinata: italiano, poesia, storia, filosofia…
Arrivo a casa, mangio quello che mi piace. Soprattutto dolci, tanto la mia linea la mantengo lo stesso. Sono
a casa da sola, anzi vivo praticamente da sola e fuori sta nevicando, dio che bellezza!
Dopo un po’ mi chiama il mio capo (sì, ho un capo per cui lavoro): mi dice che sarebbe arrivato Bobby a
prendermi con il jet privato, mi avrebbe portata in Giappone per far fuori un pezzo grosso che volevano
morto i più grandi spacciatori giapponesi, proprio perché questo furbacchione non ha intenzione di versare
i suoi 500 mila dollari di cocaina. Meglio per me, adoro usare la katana, sono una maestra in quello.
Arriviamo lì dopo qualche ora, mi sono messa una tutina abbastanza sexy per attirare questo fottuto
stronzo, proprio perché è famoso di essere un vecchio porco. Bene, lo aspetto nella sua suite.
Arriva con un bel bicchiere di Spumante, come quello che piace a me. Ottimo. Ci sbronziamo, e lui non è
nemmeno tanto male. Mi faccio accarezzare, e quando si avvicina…. I miei riflessi sono pronti ed efficaci
anche sotto l’effetto di un po’ di alcol, afferrò la mia mini-katana che era infilata nella giarrettiera e gliela
punto alla gola: gli do un bacio, mi guarda allibito, e poi zac, ciao ciao. Uno schizzo di sangue dalla sua gola
mi macchia la faccia, quanto mi piace. Sorrido, mi ricompongo, faccio uno squillo a Bobby che mi passa a
prendere e mi riaccompagna a casa. Ma…. Cazzo, chi cazzo è quello che sti bloccando?! “Tu.. devi essere
Kiki.. quella di cui si sente tanto parlare… la piccola killer che ha ucciso quel politico russo, se non sbaglio,
di cui non si conoscono le tracce”. Bastardo, merda, merda, merda! Che cazzo faccio?! Sono in trappola. “Si
muso giallo che non sei altro, sono io. Non vuoi offrirmi qualcosa come ha fatto il tuo capo?!” a quel punto
gli scaglio un calcio nei coglioni. Cade a terra. Ma intento mi ha fatto un taglio sulla spalla, cazzo che male.
Afferro la sua katana (complimenti, belle incisioni, molto affilata e delicata) e iniziamo a duellare, perché
intanto questo stronzo si è rialzato e ne ha presa un’altra. Mi piace questa sensazione di adrenalina. Faccio
dei salti incredibili. E poi, è un attimo. La mia katana si infilza dritto nelle sue costole. Yeah. Ciao bello, tante
care cose!
Salgo nel terrazzo, bobby è già lì che mi aspetta. Sono soddisfatta, sporca di sangue, ferita e soddisfatta. M
i fa i complimenti e mi dice di guardare sotto il mio sedile: un omaggio dal mio capo, un anello di Tiffany che
adoro in cui c’è inciso “Bel lavoro, kiki!”
Uso la fantasia. Cerco di scappare dai brutti pensieri focalizzandomi su qualcosa di bello, di irreale, di
piacevole.
Sogno a occhi aperti di essere un’eroina, la mia eroina: i miei capelli sono gli stessi, corti, biondi, luminosi.
Nel sogno sono quasi uguale ad adesso: piatta uguale ma con un carattere forte, proprio come Cristina
Yang in Grey’s Anatomy.. yeah. Magari con un bel culetto, sì, decisamente. Sono indosso un vestito
corto, bianco, un po’ sexy, a mo’ di sposina che valorizzano il mio fisichetto snello: a volte porto in testa
delle orecchie buffe, a volte un piccolo velo da sposa. Sì, sarò sposata con me stessa: non mi tradirò mai,
sarò autosufficiente, non avrò bisogno di uomini. Se mai avrò bisogno di una scopata, di un orgasmo,
schioccherò le dita e lo farò in tutti i modi possibili con un bello stronzo: proverò piacere, tanto piacere, e
non me ne fregherà un cazzo se mi daranno della troia se lo faccio con uno sconosciuto.
Il mio lavoro sarà fare il cecchino, sarò una killer misto Baby Doll in Sucker Punch e Mamba Negra in Kill Bill.
Sì cazzo. Però andrò a scuola lo stesso.
Sono in un liceo americano, proprio come in un film. Vado in giro vestita stravagante ma con stile, come
piace a me. Non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno. Indosso qualsiasi colore, cappelli e sciarpe di
lana enormi, caldi caldi, morbidi morbidi e con delle calze a righe stile pippi calzelunghe.
Un giorno qualunque mi dirigo a scuola, verso il mio armadietto: lo apro, prendo i libri (che bello, mi
aspetta una lezione di anatomia: sono entusiasta) e prendo anche una mela che addento subito perché ho
già fame. Non saluto nessuno e mi dirigo in classe.
Il prof porta dei modellini gommosi in plastica di vari organi interni, ed io ne rimango incantata: ci chiede di
descriverli, ed io in quel momento riesco solo a pensare a cose belle semplicemente guardandoli. Accanto
a me c’è un bel ragazzo che osserva anche lui gli organi e si mette al lavoro. È bello, il classico ragazzo bello
e soprattutto bello dentro, bravo ragazzo. Ma a me non interessa, non ci parlo, non gli chiedo nulla: io sono
autosufficiente, posso permettermi chiunque e non voglio nessuno al mio fianco.
Lui però rimane colpito da me, si vede, mi lancia delle occhiate incuriosite proprio perché sono diversa da
tutti gli altri. Menefreghista e superinteressata a quegli organi che stanno davanti a me.
Beh, alla fine si conclude la lezione. Non mi interessa immaginare o descrivere come sarebbe andata con
quel ragazzo, se fosse stato simpatico, se mai ci avrei parlato o se mi avrebbe chiesto il numero o cos’altro.
Non me ne frega un cazzo.
Passano le altre ore di lezione. Tutte appassionanti. E sapete perché? Perché ho dei professori fantastici,
che ci mettono la passione in quello che fanno, ci mettono l’anima e riescono a trasmettertelo. Io ne
rimango affascinata: italiano, poesia, storia, filosofia…
Arrivo a casa, mangio quello che mi piace. Soprattutto dolci, tanto la mia linea la mantengo lo stesso. Sono
a casa da sola, anzi vivo praticamente da sola e fuori sta nevicando, dio che bellezza!
Dopo un po’ mi chiama il mio capo (sì, ho un capo per cui lavoro): mi dice che sarebbe arrivato Bobby a
prendermi con il jet privato, mi avrebbe portata in Giappone per far fuori un pezzo grosso che volevano
morto i più grandi spacciatori giapponesi, proprio perché questo furbacchione non ha intenzione di versare
i suoi 500 mila dollari di cocaina. Meglio per me, adoro usare la katana, sono una maestra in quello.
Arriviamo lì dopo qualche ora, mi sono messa una tutina abbastanza sexy per attirare questo fottuto
stronzo, proprio perché è famoso di essere un vecchio porco. Bene, lo aspetto nella sua suite.
Arriva con un bel bicchiere di Spumante, come quello che piace a me. Ottimo. Ci sbronziamo, e lui non è
nemmeno tanto male. Mi faccio accarezzare, e quando si avvicina…. I miei riflessi sono pronti ed efficaci
anche sotto l’effetto di un po’ di alcol, afferrò la mia mini-katana che era infilata nella giarrettiera e gliela
punto alla gola: gli do un bacio, mi guarda allibito, e poi zac, ciao ciao. Uno schizzo di sangue dalla sua gola
mi macchia la faccia, quanto mi piace. Sorrido, mi ricompongo, faccio uno squillo a Bobby che mi passa a
prendere e mi riaccompagna a casa. Ma…. Cazzo, chi cazzo è quello che sti bloccando?! “Tu.. devi essere
Kiki.. quella di cui si sente tanto parlare… la piccola killer che ha ucciso quel politico russo, se non sbaglio,
di cui non si conoscono le tracce”. Bastardo, merda, merda, merda! Che cazzo faccio?! Sono in trappola. “Si
muso giallo che non sei altro, sono io. Non vuoi offrirmi qualcosa come ha fatto il tuo capo?!” a quel punto
gli scaglio un calcio nei coglioni. Cade a terra. Ma intento mi ha fatto un taglio sulla spalla, cazzo che male.
Afferro la sua katana (complimenti, belle incisioni, molto affilata e delicata) e iniziamo a duellare, perché
intanto questo stronzo si è rialzato e ne ha presa un’altra. Mi piace questa sensazione di adrenalina. Faccio
dei salti incredibili. E poi, è un attimo. La mia katana si infilza dritto nelle sue costole. Yeah. Ciao bello, tante
care cose!
Salgo nel terrazzo, bobby è già lì che mi aspetta. Sono soddisfatta, sporca di sangue, ferita e soddisfatta. M
i fa i complimenti e mi dice di guardare sotto il mio sedile: un omaggio dal mio capo, un anello di Tiffany che
adoro in cui c’è inciso “Bel lavoro, kiki!”

Bel lavoro, davvero.
Hai sì una spada ma è appesa alla tua mano e un rivolo di bava ti scende dalla bocca. Qualcuno inizia a bussare alla porta con insistenza; sarà meglio ricomporsi ma non ci riesci. Ti gira la testa, sudi freddo, non respiri. Tenti di levarti la siringa ma non ci riesci, non respiri cazzo!
Il bussare diventa insopportabile, si sente solamente quello; il giorno sta in silenzio un attimo e ascolta quella porta bussare. La colonna sonora della tua vita, potevi scegliere qualcosa di meglio effettivamente.
Gli occhi ti si fanno bianchi e il rumore della mano sul legno schifoso di quei bagni ha sostituito il battito del tuo cuore.
Svieni mentre sfondano la porta.

N.B.
Il testo è un lavoro a quattro mani. La parte in corsivo, ovvero quella del “sogno” è di una persona esterna al blog che però preferisce rimanere anonima.

Amori clandestini

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Tra un minuto arriva la metro. Non ce la faccio ad aspettare!
Faccio su e giù per la banchina, sono impaziente e non so perché. Ho un’inquietudine addosso che mi assale e non lascia la presa, anzi più tento di non pensarci più essa non mi lascia modo di respirare; un boa invisibile attorno al mio collo.

Mi accendo un’altra sigaretta, la signora anziana con le borse della spesa in mano mi ha inquadrato come tossico dopo che me ne sono fumata una, figuriamoci dopo la terza cosa penserà; ma poco importa.
Tiro fuori l’accendino, colpo di fiamma e un piccolo sbuffo di fumo mentre cammino. Guardo in alto e butto fuori quello che è rimasto dentro i polmoni, abbasso lo sguardo e la signora con le borse della spesa mi guarda malissimo.
A metà sigaretta si inizia a sentire un cigolio, come di una 500 di vent’anni fa che non ingrana bene la marcia. La metro arriva frenando veementemente. Il rumore dà un fastidio tale che alcune persone storcono il viso ma non io, sono troppo stanco per queste stronzate.
Si aprono le porte ed entro senza guardare in faccia nessuno, per fortuna mi siedo, appoggio la testa al vetro e con gli occhi chiusi, gonfi e anneriti dal sonno, aspetto che il mio viaggio finisca. Ho in bocca ancora il sapore del caffè, ne ho bevuti talmente tanti che il mio stomaco sta cercando di vomitarne almeno quattro o cinque assieme. La mia vita ormai si regge in piedi grazie alla caffeina e alla mia forza autodistruttiva che ogni giorno mi convince ad alzare quelle quattro ossa dal letto e iniziare un nuovo giorno.
L’oscillare costante e rumoroso della metro però è un’ottima culla, ci sto bene lì.
Dopo due o tre fermate ho scandagliato tutti i miei pensieri più accessibili nel il mio cervello e sto pian piano addormentandomi quando, ad un tratto, si aprono le porte e sento un odore intenso, un profumo di donna che mi fa riemergere da quello stato comatoso. L’odore si impossessa delle mie narici abituate ormai a quel vagone pieno di ascelle sudate e scoregge. Apro gli occhi e vedo che si siede davanti a me (coincidenza? Non credo.) una ragazza della mia età, più o meno.
Si guarda intorno, ha le cuffie alle orecchie, se le toglie con infinita delicatezza e prende dalla borsa un libro.
Narciso e Boccadoro, Hermann Hesse.
Questa ragazza sa amare. È il primo pensiero che mi passa per la testa, sono bastati dieci secondi e la mia vita si è svuotata di tutto per riempirsi di lei. È bellissima.
Con il suo libro in mano che legge come se non fosse lì, come se non esistesse altro che se stessa; egoista, perfida e dolce allo stesso tempo.
Credo di osservarla da un paio di fermate, forse troppe; penserà che sono un maniaco o uno di quei morti di figa che tanto ne è pieno il mondo, almeno così ho sentito dire. Faccio finta di interessarmi ad altro, guardo la mappa della metro, il cellulare, le altre persone ma è tutto inutile: l’unica cosa che esiste, che vive, è lei.
Sfoglia le pagine con il dito indice, piano come se si potessero strappare. Muove gli occhi veloci, famelici divorano le parole, le labbra si muovono appena, come se leggesse sottovoce per qualcuno.
Mentre la guardo sto sognando di appoggiare la testa sulle sue gambe e ascoltarla mentre mi legge Hesse. La amo già.
Ad un tratto si accorge del mio sguardo, come se questo le stesse urlando. Mi guarda con quegli occhi affamati e mi fa un sorriso.
Incredibile.
Un sorriso in questi casi è la scintilla, è l’inizio di qualcosa, o per lo meno può esserlo.
Io e lei, non so nemmeno come si chiama e l’ho già amata, ho già pianto, riso con lei, ci ho fatto l’amore mille volte, l’ho abbracciata nel sonno, l’ho perdonata, tradita e disperato sono già andato a suonare la sua porta di casa, ho già fatto mille follie per lei; adesso posso sentire il suo respiro, posso sentire quel bisbiglio mentre legge. Adesso lei è mia.
Mi guarda per pochi secondi, entriamo in galleria e quando usciamo, china il capo e continua a leggere. Non può finire così però, ne sono consapevole e anche lei. Infatti, passano pochi secondi e mi getta un’altra occhiata. Poi un’altra e un’altra ancora, io sono in estasi, pendo dalle sue labbra, dai suoi fianchi, dai suoi seni. Ovunque io riesca a trovare un appiglio mi ci voglio aggrappare. Il sonno è sparito, la mia giornata si è dissolta così come anche la mia vita, non sono più niente se non quell’istante in quello sguardo.
La metro rallenta e piano si ferma. Lei trasale, guarda il nome della fermata e veloce chiude il libro, lo mette via e si alza. Guardo anch’io la fermata della metro e mi riprometto che ogni giorno alla stessa ora prenderò il solito vagone della metro. La voglio rivedere, sarebbe bello creare un rapporto così, è in questo modo che nascono le grandi storie d’amore nei film no?
Sarebbe bello raccontare ai nostri figli come ci siamo conosciuti, sarebbe diverso da ogni altra relazione, saremmo gli amanti clandestini della metro che culminano nell’amore che solo una che legge Hesse mi può dare.
La ragazza va verso le porte aperte, esce dalla metro senza guardarmi. Mi giro io, e la vedo che si incammina verso un ragazzo. Si stringono, si baciano.
La metro riparte ed io rimango a guardare.
Mi rigiro appoggio la testa al vetro e mi addormento.

I capelli sono importanti oggi

Era tutto pronto ormai, o quasi.
Teso come una corda di violino si sistemava i capelli senza troppo successo. Non riusciva ad ottenere quell’effetto scompigliato che adesso andava tanto di moda, provava in tutti modi ad impastarli con le mani ma ogni volta i capelli si afflosciavano prendendo la forma di una cresta simile a quella di un galletto.
Dai! Ti prego! I capelli sono importanti oggi.
Era il primo giorno di liceo per Marco Vitali, non poteva permettersi di sgarrare; non poteva fare la figura del coglione già il primo giorno di scuola.
Cambio parrucchiere, lo giuro!
Non sapeva più a chi dare la colpa. Eppure il signor Denis Imperiale i capelli li tagliava da trent’anni e nessuno si era mai trovato in una situazione così catastrofica come Marco davanti allo specchio da più di venti minuti a ripetere i soliti gesti e a stressare quella povera chioma.
Ecco ci siamo!
Era riuscito ad ottenere qualcosa che assomigliasse al suo modello ideale, ma a lui parevano praticamente unici. Se li osservò con soddisfazione per un paio di minuti buoni, in tutte le pose, facendo espressioni da macho.
“Marco! Vuoi uscire da quel bagno?” sua madre aveva ragione, avrebbe fatto tardi.
“Eccomi”
Uscì con un sorriso entusiasta della costruzione che aveva adesso in testa, come un architetto che contempla il suo capolavoro migliore. Corse in camera ma dopo due passi veloci si bloccò e camminò moderatamente, non poteva letteralmente gettare al vento i suoi capelli scompigliati artificialmente per una corsa dal bagno alla camera. Prese la cartella, se la mise su una spalla e si incamminò verso l’uscita. Suo padre era giù che aspettava in macchina da circa cinque minuti, era sicuramente arrabbiato, sua madre, invece, lo aspettava sull’uscio con un piede già fuori casa e con la mano che teneva la maniglia della porta spalancata.
“Ti vuoi muovere?”
“Ci sono mamma, sto uscendo!” affrettò il passo ma sempre con moderazione, si diede un ultima controllata allo specchio che c’era all’entrata e uscì.
“Mi raccomando tesoro cerca di essere gentile con tutti, fare buone amicizie è fondamentale a scuola.” quando sua madre prendeva quel tono da Mary Poppins era insopportabile.
“Sì certo.” rispose con tanta voglia di aprire la portiera della macchina e buttarsi in corsa.
Finalmente arrivarono, accanto alla scuola c’era un chiosco che vendeva panini e bibite. Già si immaginava di andarci dopo scuola con i suoi compagni e compagne; magari andarci con la ragazza che gli piaceva a prenderle qualche cosa da mangiare mentre lui mangiava lei con gli occhi.
Insomma, sognava.
Ma tutto si dissolse con un colpo di mano abile di sua madre che si appoggiò con la delicatezza di un ciccione che agguanta l’ultima ciambella sulla sua povera testa e scompigliò i suoi capelli così perfetti per l’occasione.
“Buona scuola caro!”
Gli scappò un “fanculo!” che per sua fortuna si perse nel vento di Settembre e nel rumore dell’auto che se ne andava.

Rosso sangue.

Seduto sul letto che guarda per terra. Si tocca la testa nel punto dove la ferita è rigogliosa; le dita la accarezzano come per scoprire cosa c’è dietro quella pelle sudata.
Si guarda le dita, sangue.
Lei prima di andarsene sbattendo porta, finestre e chi più ne ha più ne metta, per sottolineare il momento ha pensato bene di prendere un piatto e sbatterglielo sulla testa.
Il risultato: macchie di sangue ovunque e l’uomo seduto da mezz’ora sul suo letto che fissa il vuoto per terra, senza fare niente.
Non pensa a niente, non si rende conto di quello che è successo. Lei se n’è andata, è andata via cazzo. C’era da aspettarselo prima o poi.
Ma il “prima o poi” non si pensa mai che possa diventare adesso, e quando lo diventa fa male.
“Che pretendi?” l’uomo parla da solo, sarà colpa della botta in testa.
“Uno con il tuo carattere sarà anche difficile da trovare ma è impossibile da sopportare”.
Le notti insonni, i cali depressivi, le sigarette alle 3 di notte, le pastiglie, gli occhi fuori dalle orbite. Lei non ha retto tutto questo e ha scelto la via di fuga più facile: la porta di casa.
Si è lasciata dietro di sè solamente il suo profumo e un mucchio di cocci di ceramica.
“Che ci vuoi fare?” la testa comincia a pulsargli e a far un gran male.
“Del resto c’era da aspettarselo, ha preferito sè stessa a noi. Lo fanno tutti.”
Era quasi mattina, la vicina sentendo il casino avrà sicuramente chiamato la polizia, che rompicoglioni. L’aurora sta arrivando, pallida, la stanza riprende colore.
“Lo fanno sempre tutti, ma non mi ci abituerò mai.”
La testa pare esplodergli, si butta a letto e si rimbocca le coperte mentre la ferita riempie il cuscino di rosso.

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Nessuno ti aiuta mai

Nessuno ti aiuta mai,
vacuità che non può passare
se non con te.
Ma tu non esisti,
e io neppure.
Se non con te.

Un cane che si morde la coda,
una formica che va controcorrente,
un pianoforte senza corda,
con il pianista ubriaco.
Ecco cosa sono,
Senza te.

Non esisto
se non come virgola
messa dopo un punto;
un errore scritto a caso,
senza meta,
Senza te.