La mia carta

Salva il mio unico merito,
scrivere.
Annega il mio corpo
nel vetro.
Perché è così difficile capirsi?
Gli sguardi sono fili di debole lana,
al primo soffio si rompono.
Le parole sono le rose in Inverno.

A che serve tutta la mia carta?
Solamente gli sfoghi di un malato di vita.
Il sognatore più stupido.
La rosa più debole.
La Sofferenza.

Una notte di sogno


La testa era appoggiata allo schienale della sedia, lo schermo del computer davanti.
“COMPLIMENTI!!!!!!! SEI IL 999.999.999 VISITATORE! CLICCA QUI!”
Chiuse la pagina.
Aveva sonno, o forse no; decise, lento, di farsi una doccia. Entrò in bagno e lo specchio restituì la sua immagine come se l’avesse masticata e poi sputata fuori: che schifo.
I contorni neri segnano gli occhi languidi, la bocca che stenta ad aprirsi per respirare, i passi incerti per la casa.
Un braccio si alzò e va a toccare una guancia, intanto che l’acqua calda si smaterializzò in vapore. R. entrò in doccia e sentì le membra che finalmente acquistavano calore. Respirò piano e immerse la testa sotto il getto provando piacere, piccoli brividi lungo tutto il corpo.
L’orologio segna esattamente le 3:40, di che giorno non si sa; ha importanza?
R. è sul divano, con la testa ancora bagnata e un asciugamano in mano. Guarda il tavolino davanti a sé e sente le ultime gocce d’acqua uscire dalla doccia.
Tin
Non dorme da giorni.
“Dopo due notti di insonnia, il soggetto è irritabile, depresso e si porta dietro la stanchezza per l’intera giornata.”
Quanti giorni erano che non chiudeva occhio?
Tin
“Già dopo tre notti appaiono invece le prime allucinazioni, che possono sfociare in vere e proprie psicosi, con sbalzid’umore, tremori e problemi di coscienza.”
Tin

Poco importa.
L’acqua aveva smesso di gocciolare ma lui non era più su quel divano: attacchi di micro – sonno. Ne aveva di continuo, così rapidi e subdoli. Ti svegli e non capisci mai se il tuo passato è reale o se i ricordi sono semplicemente un bellissimo sogno di trenta secondi. Sogni formato single; pochi per volta, ficcati dentro il suo corpo con l’imbuto, come nutrire una bestia. Plastificati, preconfezionati, spediti al mittente.
Rapidi e grigi sogni, irrealizzabili come quello di fare un giro in bicicletta con suo padre, di risentire le storie di paura di suo nonno o di dormire, semplicemente di dormire.
Black out.
Era ancora lì, seduto su quel divano.

4:15
Che fare?
Si alzò con disincanto, si sentiva leggero. Per tentare di rimanere a terra si fumò una sigaretta, accedendo la tv.
Il fumo saliva azzurro e la velina mostrava il culo: che novità.
La spense, e con una sbuffata dal naso si alzò di scatto.
Chiusa la porta dietro di sé; la notte è il momento più bello del suo giorno.
L’insonnia oltre ad essere uno strano scherzo della mente è anche un ottimo modo per vivere un mondo mai vissuto.
Non stai mai dormendo e non sei mai realmente sveglio. Questo fa sì che ogni cosa superflua si stacchi da te, si spogli e mostri i suoi seni grigi e storpi. Ti allontani da tutto ciò che è inutile; fai solo ciò che è strettamente necessario. Mangi, osservi, pensi; i pensieri, sono pochi ma essenziali. Meglio pensare a un sasso che cade nell’acqua e vedere quanti cerchi perfetti riesca a disegnare che
deridere la propria vita con riviste e vestiti firmati.

4:30
La strada era completamente assolata dai lampioni, che s’inchinano al passaggio di R.. C’era solo lui, i suoi passi e un’altra sigaretta in bocca.
Ad un certo punto, un blues lento e soffice entrò in quell’atmosfera lunare.
R. notò un bar mai esistito in quella strada, forse neanche la strada è mai esistita. Possibile che lui sia ancora sul divano, con la sigaretta in mano e questo è solamente un altro sogno perfetto?
Poco importa.
Entra nel bar, anzi perdonatemi.
È già seduto.
Uno sgabello scomodo, un tavolino che gli arriva all’altezza della pancia. Gomiti poggiati sul legno, una scodella di noccioline davanti e l’accendino in mano.
Si potrà fumare qua dentro?
Perlustra la zona, il locale è piccolo, luce calda; un palco delle dimensioni di un letto, dove sta in piedi un omone con un sassofono in mano, pare un poeta per quanto lo strumento riesca a parlare con lui.
Al bancone c’è gente che prende da bere, in silenzio; R. non distingue le facce, ma vede la barista, lei la vede bene. Prende un bicchiere dopo l’altro e serve birra.
Un posacenere sul tavolo: si può fumare.
Prende una sigaretta, stretta nei denti e l’accende fiero.
“Non si fuma qui dentro!” la barista aveva smesso di servire da bere.
“C’è un posacenere”
“Questo non significa che lo si debba usare”
“E Questo non ha senso!”
“Intanto che ne trovi uno, ti porto una birra che dici?”
“Grazie”
R. continuò a fumare.
La birra arrivò in un lampo assieme alla barista.
“Mi posso mettere un attimo accanto a te?” teneva una sigaretta tra le labbra.
“Sì” R. iniziò a non capire
“Mi serve proprio una pausa” si accese la sigaretta.
“Mi hai detto che qui dentro non si fuma!”
Ehi! Ci sei??
“Scusa?” la cameriera pareva stupita
“Mi hai detto che il posacenere non sta ad indicare che si possa fumare!”
Ehi!
Uno strattone al braccio gli fa cadere la testa, svegliandolo.
“Ecco la tua birra! E vedo che hai finito la sigaretta” è carina la cameriera.
“hai fatto bene” ha una sigaretta tra le labbra.
“Mi posso mettere un attimo accanto a te?”
“Sì” R. inizia a capire
“Mi serve proprio una pausa” si accende la sigaretta.
R. ne accende un’altra, non per fumarla ma per farle compagnia.

“Qui non chiudete mai?” la birra è quasi finita.
“Si chiudiamo quando anche tu te ne vai” la barista sorride.
Il posacenere è pieno di sigarette, il locale è vuoto.
“Quanto è che sono qui?”
“Saranno tre ore..” la barista non è carina, è bella.
“Tre ore??!”
“Si R.!”
Sa il suo nome, la barista lo conosce.
La mattina è sempre più fredda della notte, forse per questo è tanto odiata. Ma se la notte è il momento migliore del giorno, dove la luna fa l’amore con la città e tutte le sue anime in pena, la mattina è la sigaretta più bella che esista mentre sei a letto con la tua amata.
Cammina svelto R.
Dlin dlin: messaggio.
è stato bello passare la serata con te! Ci rivediamo?
R. lo lesse quindici volte prima di capire che era la Barista a cui, probabilmente, aveva dato il suo numero. Aveva la testa che gli pesava. Prese e cancellò il messaggio con un gesto meccanico.
Non poteva essere vero.
Prese le chiavi e aprì il cancello.
Il suono metallico della serratura, lo svegliò.
Sul divano, la sigaretta ormai bruciata in mano e il telecomando dall’altra parte.
Cercò il cellulare. Dove l’aveva messo?
Forse in camera.
Andò di corsa verso quel letto immacolato. Ci si buttò sopra per protendersi verso il cellulare.
Nessun Messaggio.
Come previsto.
Non poteva essere vero.
Quando squilla un telefono e nessuno risponde pare quasi inquietante: un grido strappato dall’altro capo della città, o del mondo. L’attesa diviene infinita e ogni squillo pare sempre l’ultimo, e non lo è mai.
Ma ad un certo punto, quando meno ce lo si aspetta. Smette, finisce di gridare.
Se il telefono suona per la seconda volta la cosa diventa seria, il fatto potrebbe essere importante oppure la persona che chiama essere inopportuna. Meglio non rispondere, meglio non avere seccature.
Alla terza chiamata o si ha a che fare con un problema catastrofico o un maniaco attende la vostra suadente voce.
Il telefono squillò per sette volte, la barista era un tipo insistente, per tutte non ci fu risposta.
R. non c’era: neanche i bambini dormono così bene.

Lo scherzo di vivere

Come sopportare tutto questo?
Io non so.
Flebile virgola
In una distesa di verde.
Io non so
Come farei;
È come viver senza mani,
Respiro e cuore.
Io non so;
Ma non è importante sapere.
La madre si vestirà nera,
Il silenzio accompagnerà
I passi.
E più niente avrà senso,
In questo scherzo divino
Che è la vita.