Dedica di un perdono

Scrivo su di un foglio di cenere.
I punti sono le lacrime, scurite.
Parlo di ciò che ormai non c’è più; celebro la lontananza della tua mano con sorrisi, a denti stretti.
Stridono con il vetro sul cemento, come il cuore nella notte del lamento.
L’amore che scioglie la cera è la fiamma che scotta le labbra sulla guancia.
Per quello sguardo morii e tu moristi in quello sguardo.
Ma quando gli occhi si chiudono, sono tutti uguali, stanchi e vuoti.
Provai a volare nel vuoto degli occhi suoi.
Provai a camminare accarezzando il nulla delle sue notti; donandoti la bronzea maschera della tristezza, dove le lacrime pesano, ormai in ogni passo.
A te, dedico la parola unica.
Scintillio di rancore che ti rende nei ricordi mitica.
A te che sei dei miei sorrisi la musa.
Scusa. 

In tuffo

Guardi la ragazza che si tuffa nell’acqua, è semplice, razionale.
Piango per la cecità che vedo, scostando un dito dal volto, il velo di Sole che appanna le vene.
Rido se penso che non riesci a vedere la piuma bianca che spunta, scansandosi, dal cuore della tuffatrice: l’amore, vivace, puro, leggero.
Cadrà in acqua, prima che lo faccia lei, bagnandosi, arido prima del tempo.
E come riesci a sentire il suono degli schizzi d’acqua?
Dimmelo, ti prego; perché io sento solo le risate delle amiche passate e le unghie che battono su di un noioso e bianco tavolo.Non riesco a capire la tua realtà, vedi una ragazza che si tuffa e pensi che quella sia davvero, solamente, una ragazza che si tuffa; come si può vivere tanto sulla pelle dell’uomo?

Per te un vecchio che si ferma ad ascoltare il ruscello è solo un vecchio, per me è un poeta.

Morire in una giacca

Gli uomini sono meno degli insetti;
Più piccoli della sabbia;
Più ruvidi delle squame di pesce.
Sassi, piccoli, a tal punto
Che è inutile
Gettarli in acqua
Tonfi sordi, morti senza
Lacrime.
Sassi, piccoli, tutti uguali;
Stessi occhi, stessa giacca,
Stessa vita con punto nero in fondo alla pagina.
Mi spoglierò di questo cotone,
Maschera cucita con
Il nome di
Popolazione.

D. come Donna

Storia 1: Sangue di capretto

D. stava lì, in piedi, con il coltello ancora sporco di sangue di capretto appena messo in forno. C’era un silenzio sottolineato dal caldo brusio di cottura. Lo sguardo ampio e sofferto dello slavo Nicolan, proprietario e capo chef, scandito da intermittenti spasmi di voce, acuta, pallida dallo stupore.
In quell’istante tutto si fermò, tutto fu vuoto. L’aria mancò alle finestre e i muri pesavano a terra nel momento in cui, per movimento meccanico e distratto, la divisa bianca di D. si strappò, mostrando un seno.
In quello strappo di tela si riassunse la sua vita: squarcio nella rete tempestata dal fil di ferro, strisciando in una valanga di terra così da celarsi, passando inosservati. D. passò la vita a nascondersi, velandosi gli occhi, tagliandosi i capelli e fasciandosi il seno. Da quando fu capace di camminare iniziò a scappare, come fa volpe dai cani.
“Mens sana in corpore sano” diceva suo padre ma D., purtroppo era un individuo deformato sotto la luce del Sole: un piccolo regalo messo, per sbaglio, in una busta di plastica.
D. era Donna.
Nel mondo virile “donna” e “debole” fanno rima.
NO al voto alle donne!
NO alla donna al volante!
NO alla donna in politica!
Gli uomini annuivano ai cartelli propagandistici; dall’alto delle loro macchine, sempre più grosse, per dimostrare di poter dominare la femmina macchina, schiacciando la femmina strada, con pneomatici spessi.
In questo mondo di sudore, muscoli, camicie sporche di sugo e sigarette tenute strette fra i denti, D. è dovuta crescere, senza specchiarsi, per non maledire quel seno. Costruì la sua forma socialmente libera di uomo, per poter vivere. Così, riuscì a far riflettere la propria immagine senza piangere fino a quel giorno in cui un sasso cadde nello stagno, deformando il suo fantoccio di uomo.
La sua prigione era distante ancora poche gocce di sangue caprino, frantumate sul pavimento, dall’alto della lama.

Storia 2: “donna” e “diamante” fanno rima

“Vuole questo, Signora? E’ sicura?”
“Si certo” avorio bianco sorriso.
“Sono 5.600 euro, grazie.”
Dita lunghe e rosso smalto, stringono la piastrina d’oro con le quattro lettere  squadrate: VISA.
Signora se ne andò via, dalla gioielleria, contenta; suo marito le aveva ordinato di farsi un bel regalo per il loro anniversario. Camminava con il pacchetto sotto il braccio; arrivata a casa l’avrebbe aperto e, sgranando la bocce con sospiro di occhi, avrebbe baciato forte il suo uomo, per ringraziarlo.
Il ticchettio di tacchi sul viottolo annullava il silenzio, facendo volare i piccioni.
Rare e scandite le frasi nella sua mente.
“Sono felice!”. Lo era davvero?
“Sono ricca!”. Poco ma sicuro.
“Sono una donna!”. No, questo proprio no.
Sul finire di quest’ultimo pensiero un tacco si spezzò. Immobile, guardò la scarpa, costata 4.000 euro, brutta, storpia.
Capì: “Sono Signora, non donna.” Finalmente, adesso ci siamo intesi.
Il suo nome veno non si sa, ma come i cani si abituano al richiamo del padrone, lei rispondeva alla voce del commesso che diceva: “Signora”.
Lei era Signora di gioielli, oro, macchine. “Signora” può far rima con “sasso”, trascinato nella corrente dei conti bancari, scintillante al Sole ma piena di fango se si prova ad immergere le gambe.
Lo sguardo ormai tremante di pianto le impediva di vedere ancora la scarpa, ormai zoppa. Il vento la trascinò, secca come la foglia, nel suo ristorante preferito, per intingere le lacrime nel whisky.

Epilogo: Lacrime in bottiglia

Il coltello di D. tremava nel vuoto di quel bianco di cucina. Con movimenti lenti girava lo sguardo e  si inumidiva il palato, il respiro squassava l’aria. Dalla mano, ormai viscosa, la lama scivolò sfondando la porta allo scatto repentino della cuoca, fuori dalla cucina, inseguita da una muta di slavi.
Nel divincolarsi tra un passo e l’altro sulla moquette della sala vide una signora, al bancone del bar, con un bicchiere vuoto ed una bottiglia piena di lacrime, vaneggianti e salate.
D’istinto allungò la mano su di lei, prendendola per il braccialetto d’argento, rompendolo.
Ora le donne corrono insieme, nude, finalmente; calpestando la femmina strada, tante volte schiacciata ma sempre pronta a sostenere il mondo.

Briciole di palco

Zoppicando sorridi al pubblico;
oggi sei vecchio,
domani animale
ieri, normale.
Sei tu in altri, che sono diecimila;
sono i personaggi che scandiscono la tua vita,
metronomo di dita;
sei tutti loro; lo fai per loro,
Tutti fuori in fila,
non per te.
Per loro, quelli che guardano, sei tutti,
per te nessuno.
Unica cosa che ti resta, una volta lasciato il bastone,
È ringraziare con l’inchino,
Profilo e polvere in un filo.
Sorridendo, poi, zoppicherai ancora qualche passo, scendendo il tuo volto tra gli altri;
calpestando briciole di palco.