Volo di mosca

La mosca ronzava imitando il rumore della luce fredda che proveniva dal soffitto. Io la guardavo, seguivo con gli occhi quel volo frenetico e insensato: ogni istante cambia, ogni momento occupa posizione e diverso stato.
Con rombo di sedia il poliziotto si protrae verso di me, quasi a stendersi sul tavolo; a chiudere quel quadro ci sono le braccia, dove il busto poggia, che fungono da cornice.
“Questo è lei?”
Mostra una foto di bimbo, con le gote panciute e un giocattolino in mano. Fissando quest’ultimo capii che era il dono di mio padre, quando andò in Germania. Sorrisi, ancora compiaciuto dal dono fatto anni prima.
“No, quello non sono”
Il poliziotto rimase allibito un attimo, dopo di che, senza perdersi troppo d’animo, estrasse un’altra foto.
“E questo invece?”
Ah che bella foto! Io da ragazzo che abbraccio la mia cara nonna.
“No, spiacente”
Il poliziotto, a questo punto, iniziò ad irrigidirsi pensando ad una presa in giro. “Signore non scherzi!”
“Non scherzo, signore”
Con sbuffo imperante prese l’ennesima foto. “Questo non può negare di essere lei!”
L’immagine risaliva al giorno addietro, quando mi ritrassero mentre passeggiavo al parco.
“Mi spiace contraddirla, signore. Ma quello non sono io”
Con gli occhi purpurei “E allora lei ieri non è mai stato al parco ieri? Mi sta dicendo questo?”
“Esatto, io, inteso per quello che sono, sono sempre stato qui, su questa sedia!”
“Ma si può sapere chi è lei?” dalla rabbia, il poliziotto passò velocemente alla disperazione: cosa comune.
“Io? Io sono questo.” E mi indicai in maniera visibile, affinché capisca.
“Ma “questo” è la stessa persona di questa foto, e anche di questa e di questa!” impazzito e paonazzo.
“No, si sbaglia. Si avvicini un attimo, adesso le dispiego il fatto mio in maniera limpida.” “Sbatta le palpebre.”
Il poliziotto sgranò gli occhi.
“Suvvia, sbatta le sue palpebre!”
Intermittenza di immagine
“Ecco, la persona che stava interrogando, secondo lei, sono io?”
Il poliziotto con fare scontato ed erudito, tipico dell’uomo “Certo!”
“No, quell’uomo se n’è andato esattamente un battito di ciglia fa.”

Un soffio di vento, un battito d’ali della mosca sulla fredda luce e il momento non c’è più; e tu, passeggero del tempo, corri via.
Addio.

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Nulla da replicare sul dire nulla

Le mie dita paffutelle a stento trattengono il vestito della   Mamma, così stringo il più possibile la stoffa blu. Il gesto manda in visibilio la Nonna, rivedendo in quella manina stretta un quadretto tenero e sincero.
Mi guardo attorno, silenziosa; è Domenica e, come la tradizione vuole, siamo andati a casa dei Nonni, per il più classico dei pranzi in famiglia.
A un tratto Papà si alza sbattendo la mano sul tavolo, creando ondine circolari nel piatto di minestra.
“Ma come fai a pensare una cosa simile?!”
Litiga con il Nonno, come sempre succede nei classici pranzi. Le pensioni, il lavoro precario, i prezzi della benzina; gli argomenti sono vari ma la conclusione è sempre la stessa: la frase del nonno che, svogliato e con il bicchiere di vino in mano, alza un braccio, protendendolo stancamente e dice: “Non capisci quello che intendo dire!”

Allora perché litigare? Papà, perché alzarsi da quella sedia, con sovrastante fervore, far tintinnare i bicchieri per gridare parole  che risultano disarticolati e cerei vagabondi persi per strada alle orecchie del nonno?
Mentre il pranzo prosegue placido, come il passaggio del Sole dopo un diluvio, io, dentro la mia testa, penso.
I signori perdonino la mia troppa innocenza, sono consapevole che non siete abituati a sentire il pensiero di una bimba. Non so nulla della vita ma mi hanno messo qui a raccontare, senza che io decidessi nulla; così era scritto e la Mamma mi ha insegnato che disubbidire non è bello. Sedetevi comodi, applaudite solo se vi sentite di farlo e distogliete lo sguardo se siete in dissenso.
Comunque, come vi dicevo, i pensieri miei affioravano nella mente come fanno gli gnocchi della Mamma quando sono pronti per esser

mangiati. Il Papà e il Nonno litigano, non intendendosi; è ovvio che si sfocia nel gridare e nell’ingigantirsi le vene del collo per la foga.
Cosa succede alla parola nel momento in cui raccoglie i cocci pronto a partire dalla bocca per raggiunge l’orecchio?
All’interno del fagotto che la parola si porta sulle spalle, faticando e sudando, ci sono i significati, l’intendersi tra uomini, l’essenza che riesce a far annuire l’adulto.
Come il viaggiatore R. S.: uomo di mondo, non ha casa fissa ma abita ovunque ci siano luci  accoglienti, sguardi d’intesa e il profumo dell’erba. Se R. S. perdesse i suoi documenti non avrebbe in tasca il suo essere uomo della società e così non sarà più R. S. ma solamente un viaggiatore che vedrà il corpo ciclopico del poliziotto che lo caccia, lasciandolo senza meta.
Le parole del Papà e del Nonno sono questo viaggiatore: devono uscire in fretta e furia, stanno facendo tardi e rischiano di perdere il volo! Così dimenticano sul mobile, proprio accanto al telefono, i documenti.
E se questa dimenticanza cronica non fosse malattia solo del mio piccolo mondo, che vedete presentato, proprio qui, davanti ai vostri occhi? Se tutto il mondo parlasse, senza essere sicuro di giungere a destinazione?
Che disastro! A questo punto se avessi abbastanza capelli, me li strapperei per la disperazione!

   Ecco, il pranzo è finito: la Nonna sparecchia, la Mamma insiste per aiutarla, il Nonno e il Papà guardano la tv. L’uomo nello schermo sorride su di un palco, trono del comizio: giacca, cravatta e camicia che stringe il collo con il suo ultimo bottone; quanto elegante tanto più marziano per le menti che assistono al suo teatrino.  “Sconfiggeremo l’evasione fiscale!” è l’equivalente di dire “L’uomo tossisce nuvole, stando seduto a quattro zampe!” nulla da replicare sul dire nulla.
Purtroppo, signori miei, il divenire uomo e donna sociale è nemico della ragione, così io lascio questo monologo a voi, perché dopo quel giorno non seppi più pensare così tanto.
“Tesoro! Tesoro senti la bimba! Parla!”
E quel dannato “Mam – ma!” uscito dalla mia rosea lingua equivaleva a un addio con il fazzoletto umido dalla limpida stazione dell’esser semplice.

Sigaretta

Ombra caduta da una nuvola, vapore e libidine
il rumore del moscone, in una stanza
gli amici del caffè e quelli delle notti sfocate
l’angoscia del vivere l’amore e
la gioia di amare,
il passo di lei.
Ultimo sbuffo di fumo, ultimo sguardo al cielo:
la nuvola, rassegnata, deve andar via,
ormai inutile.
E come ogni volta tornerà il sole che
con denti da latte, sorriderà.

Il risveglio del futuro

E ti svegli con il boa delle tue coperte che ti stringe i fianchi. E ti dilunghi strofinando i peli delle braccia, elettrizzandoli.
Mascelle serrate allo sbadiglio che assorda la stanza, pochi attimi.
Ti alzi scartandoti gli occhi con mani di bimbo sul regalo di natale. La finestra ti rileva le nuvole del giorno, abbandona il calore della notte. E d’improvviso senti l’odore denso che rotola verso il pavimento ed è valanga calda al cuore.
Le pupille divampano piano, nere; sedendoti con ultimo caldo respiro prendi la tua tazza e assapori il mattino che si affaccia al tuo futuro.
Chiudi gli occhi e sorseggi il caffè caldo, come il boa del tuo letto, forte: come il caos. sorseggi il momento placido della tua giornata.

Ingenue riflessioni

Seduto su una distesa di prato verde, a giocare con le formiche, a legare i gambi delle margherite al dito per vederlo impallidire. Guarda il cielo, è così azzurro che sembra vero, il vento è così lieve, come il tuo stesso respiro.
Sì, il respiro: quello che si interrompe quando sei in barca con tuo zio e stai a poppa ad ascoltare quanto sa cantare bene il mare. E ti sorgono in mente le onde piccole, quelle grosse, il blu senza fondo. Le lenze e le squame argentee dei pesci che hai pescato con le dita tutte piene di ami, non sei esperto e lo zio ne ride di questo e ti prende in giro; ma lo sai che ti ammira, che gli fa piacere di averti lì.

Fa piacere a lui come a te piaceva quando andavi a casa del cugino a costruire tende con le candide lenzuola della zia che sorrideva e baciava le vostre piccole dita con unghie così minute da sembrare timide di crescere, quanto ti somigliano quelle unghie!
Fingevi di dormire nel letto per poi svegliarti e chiedere al caro nonno di raccontanti un’altra fiaba, ignorando la favola più bella: le fresche coperte sul tuo minuto corpo e la calda e venosa mano del nonno sulla tua testa.
Quella mano la cerchi ancora in ogni gialla velatura delle foglie di autunno, mentre il vento le fa cadere ai tuoi piedi, sorridendoti. La presenza della sua barba ispida e canuta la ritrovi nei muri di strada e il suo amore lo ritrovi nel’odore di muffa del suo studio, così affollato di presenze.

“Ricky sei sempre più addormentato!”
E apri senza volerlo gli occhi e ti ritrovi davanti al solito foglio bianco con “Nome, Cognome e Data”. Addormenta il bambino, alla società servono uomini; e così, purtroppo, scriverai le nozioni che ti hanno insegnato al posso di farci un disegno genialmente semplice.

La compagnia del riso e del vino

Avete mai notato quanto può fare caldo in un letto nelle notti d’estate?
Sudi, ti giri. Ti giri e sudi!
Non pensi ad altro che all’ultima goccia di sudore che senti lungo la tempia, non senti altro il tuo cuore che batte forte sul cuscino.
Cerchi nella mente qualcosa che riesca a calmarti: pensi alla spiaggia, la sabbia tra le mani, pensi che sei in vacanza, che niente può andare male; ed infine pensi che l’indomani avrai la cena all’orto.
Tradizione vecchia fare la cena all’orto, tutti insieme dietro un tavolo lungo, del quale per accarezzare l’intero bordo ci metti mezzo minuto abbondante.
Tovaglia a quadri rossa, rustica come la gente che hai attorno, e poi quella parlata che prima dell’antipasto di fegatini e formaggi inizia ad allapparti la bocca: “Deh ma l’ha visto i tu’ zio cosa t’ha pescato? 80 ‘hili di tonno! Oh bimbo! Ma te scherzi davvero!”
E non puoi fare a meno di iniziare a ridere, e ridendo inizi a mangiare.
Cose buone, cibo di terra, senti tra i denti le mani che ancora la stanno zappando e nel profumo la pioggia che batte a schiocchi sulla pelle del pomodoro maturo.
“Oh piglia anche quell’ultima bruschetta! Ju’via! Che la v’oi lascià lì?!” la nonna, come sempre, incita a farti mangiare un altro po’ perché devi assaggiare ciò che lei ha preparato, “devi sentire com’è bono, bimbo mio!”
Cara la nonna.
Cari gli zii, caro il cugino con cui fai battute volgari in un livornese sporco tra una linguina di cinghiale e l’altra.
Cari i padroni di casa che ogni anno aprono le loro porte alla comitiva del riso e del vino.
Ah, già, il vino. Sul vino si casca sempre in piedi da queste parti; e si stappano rombanti bottiglie di rosso intenso e si beve in bicchieri semplici e spessi quello che la “gente perbene” berebbe in calici fini e capienti.
Ma della gente fine a noi non importa, o come si dice da quelle parti “ci importa una sega!”. Quel tavolo tanto lungo e tanto vivo racconta ancora dei pugni che ha incassato per le troppe risa, o delle bestemmie che udì nelle discussioni, del fruscio delle carte dopo l’ultimo bicchiere di liquore e in seguito all’ultimo bottone dei pantaloni tolto per la pancia troppo piena.

Quel tavolo, anche se grezzo e a volte troppo schietto, la sa lunga, è saggio come la voce del popolo ed emana ancora il calore delle sigarette spente e dei pentoloni appoggiati.

Quel tavolo ti sussurra quanto la vita può essere bella.