L’arte di essere


Un barbone, lì, buttato in un anfratto di strada. Tocca le mani sull’asfalto candido e prega che il capello vuoto si riempa di tintinnii.

Il barbone non vedrà lucentezze nel capello perché lui è sporco, purulento oserei dire.
Così sporco che non si inserisce in nessun ambiente sociale: le porte automatiche dei negozi restano chiuse quando sentono il fetore, gli altri barboni se ne vanno via inorriditi e disgustati dall’odore del fratello loro.
Quanta voglia di stringere la mano a qualcuno, che desiderio dare due pacche sulle spalle ad un amico!

Nessuno parla alle sue orecchie nere, nessuno ascolta il suo alito fetido, e lui questo lo sa: puzza consapevolmente, l’anima trasuda fogna.
Un giorno il sole batteva sull’immondezzaio ambulante, finché egli, a capo chino fino a baciare il terreno, non venne oscurato da un’ombra sovrastante di uomo.
Egli alzò lo sguardo e con occhi timorosi guardo la giacca e i pantaloni bianchi e lindi del signore, tanto bianchi che gli fecero male gli occhi a guardarli.
Il signore parlò: “sei l’uomo che fa per me, non fingi”
Il barbone sgranò gli occhi! “Io? Io signore? Non è possibile, sono solamente un barbone!”

“Esatto”
“E poi non sente quanto puzzo?! Nessuno mi vuole! Perchè lei sì?”
” Piacere di conoscerti barbone, sono un artista e il mio nome è R.S. e desidero assumerti”  tese la fresca mano al poveraccio.
La puzza si fece più intensa, il barbone cominciò a sudare dalla gioia, Sono entrato in contatto con qualcuno! Anch’io sono un uomo di questa società!
I due si avviarono, l’artista sorrideva alla puzza e questa era felice che qualcuno riuscisse a stare accanto a lui senza tapparsi naso e bocca.
Giunsero in una galleria d’arte e per magia quelle porte non rimasero chiuse, fecero entrare quei piedi nudi e pieni di pus e piaghe. Il barbone sputava felicità e emanava adrenalina.
L’artista lo invitò su di una sedia, egli si sedette.
L’artista gli chiese di rimanere fermo, egli rimase immobile.
L’artista prese una targhetta e la pose accanto all’uomo, egli respirò lento.
L’artista scrisse:  R.S., L’uomo che puzza, 2012,ed egli non era più.L’artista rise.
E voi?

La mancata descrizione dell’ineffabile

L’oggetto più bello è quello che non si riesce a descrivere.
E’ per questo che in queste notti sogno parole che non conosco, per cogliere i tuoi occhi nel baratro dall’abisso.

Ricordi la gioia dell’erba fresca, appena tagliata, rada e piccola.
Ricordi il sole d’inverno, bianco come la pelle tua e caldo sotto le vesti delle nubi.
Mi ricordi poesie che non ricordo e canzoni che non ho ascoltato.
Sognandoti sento la sensazione del tornare a casa con i piedi stanchi e con il desiderio di partire sulla pelle tremante.
Ricordi tutto, ma non serve a descrivere neanche il più timido sorriso che avvolge le mie membra.

E allora descriverò le uniche cose capaci di essere ritratti, nei pigmenti sfocati dei ricordi:

Sussurrerò del silenzio,
quello che si concentra negli attimi in cui i tuoi occhi ricadono suoi miei.

Parlerò del nulla,
la sensazione che si prova nel non sentire le tue tiepide mani riscaldarsi nelle mie.

E infine griderò il dolore,
di ogni ferita rimarginata dai baci tuoi, di ogni morso dato per gioco e di ogni sguardo dato per castigo.

Parlerò di nulla, silenzio e dolore per raccontarti di te.
Del resto io non so altro,
il resto appartiene solo a te.

Pensare non credendoci


Pensi di essere nuovo,
con abiti lustri e sguardo sveglio

Pensi di essere utile,
con sorriso audace e pollici sollevati;Pensi di essere profondo
con frasi enigmatiche e aria da critico;alla fine;
ti guardi,
apri gli occhi:
vecchio
inutile
e superficiale
Ti guardi allo specchio della società che riflette i tuoi contorni
a caratteri nitidi e ingranditi.
Ti guardi e capisci che non sei tu a pensare,
e che pensare di essere
non significa
essere il tuo pensiero.

Un biglietto in mezzo ad un libro

Un biglietto d’aereo in mezzo ad un libro,
le gambe stanche dopo una giornata di cammino,
l’odore acre di sconosciute camere da letto che in poco divengono casa tua,
la strana sensazione dell’areo che si alza in volo
e la triste gravità di quando stridono le ruote, atterrando.
I tavolini di posti che non apprezzerai mai più;
i visi sorridenti di persone che ti stanno per sfuggire via,
guardali!
Osserva ogni loro espressione, godi ogni momento;
non ci sono già più.
E dopo tutte le risate, gli abbracci e le notti appese ad un filo
aspetti una valigia che speri non arrivi mai,
con un biglietto in mezzo ad un libro
per sperare di vivere.

Il silenzio di una tempesta

C’è un silenzio che quasi stanca, tu fermo pari una statua di cera.
Lo specchio riflette il tuo occhio che riflette la tua immagine nitida e lontana. E anche questa riflette;
riflette sulla sua scarna esistenza e sul silenzio che la assale.
Catene senza chiusura tengono salde le tue corde vocali per evitare di creare scompiglio in un silenzio così insensato,
intrusivo,
folle.
Non puoi gridare,
ma scrivere sì.
Non esistono catene abbastanza grosse per trattenere anche solo una goccia di quello che è l’impetuoso mar del pensiero.
E allora, mie dolce mani, dolci scrivane almeno voi non arginate tempeste implacabili.
Lasciatevi librare sotto inchiostri che formano macigni, duri da digerire, nel silenzio generale.

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